Sirāt
Finora il film più bello dell’anno. Interpretato con i tarocchi
Ho visto uno dei film più radicali degli ultimi anni.
Si chiama Sirāt e mi è rimasto addosso per giorni.
Ha vinto il Premio della Giuria a Cannes ed è candidato all’Oscar per la Spagna. Ma più dei premi conta un’altra cosa: è uno di quei film che non si limitano a raccontare una storia.
Ti trascinano dentro un’esperienza.
Sirāt, di Óliver Laxe, comincia con un rave nel deserto marocchino e finisce per diventare qualcosa di molto più oscuro: un viaggio verso la fine di un’illusione occidentale, e forse verso la fine del mondo così come lo conosciamo.
Il titolo è già una promessa inquietante.
Nella tradizione islamica il ṣirāṭ è il ponte sottilissimo che nel giorno del giudizio collega la terra al paradiso passando sopra l’inferno. Un passaggio - sottile come un capello e affilato come la lama di un coltello - che non si può percorrere senza rischiare di cadere. Il film è costruito esattamente così: come un equilibrio instabile sopra qualcosa che avvampa e può carbonizzarti.
Un padre, un bambino, una tribù temporanea
La storia è minima: un padre e suo figlio arrivano a un rave nel sud del Marocco per cercare la figlia scomparsa. La festa viene interrotta dall’esercito. Il padre e il bambino finiscono per unirsi a un gruppo di raver che si muove verso un altro raduno, ancora più lontano, ancora più al centro del deserto, in Mauritania.
Ci sono quindi tre generazioni che si incontrano:
il bambino che vede tutto per la prima volta
l’adulto, il padre, che osserva con diffidenza e paura
una piccola comunità di ragazzi e ragazze nomadi, segnati, marginali
Tra queste tre età della vita nasce lentamente una conversazione silenziosa:
il bambino è pura apertura
il padre rappresenta il bisogno di controllo
i ragazzi abitano una zona intermedia, dove il mondo sembra già perduto ma si può ancora ballare.
È un equilibrio fragile. Ma per un momento sembra funzionare.
La musica come ambiente
La techno pulsa come un organismo. I bassi attraversano il terreno, i corpi si muovono come se la danza fosse una forma di orientamento nello spazio.
Guardando queste scene viene una sensazione molto semplice e molto potente:
si vorrebbe essere lì.
Nel buio del deserto.
Tra i camion, i generatori, le luci improvvisate.
Con la musica che sembra arrivare dal sottosuolo.
Il rave diventa qualcosa che somiglia a un rito antico. Una specie di trance collettiva che tiene insieme persone che non hanno nient’altro in comune.
Non so se sia merito della musica techno, ma non ho memoria di altri film che mi abbiano fatto fare esperienza così diretta della musica, come se fossi anche io abbracciata alle casse nel deserto. Forse perché ho sentito nostalgia di quella esperienza, anche se non l’ho mai veramente fatta se non per scampoli infinitesimali di tempo.
Anche Kangding Ray ha vinto il prestigioso premio per la miglior colonna sonora a Cannes.
Un film indelicato
Una delle qualità più rare di Sirāt è che non protegge lo spettatore.
Non c’è estetizzazione del degrado. Non c’è distanza morale. Il film mostra i corpi stanchi, la polvere, le dipendenze, la fame, la paura, la morte. Non c’è pudore.
È un cinema implacabile. Come se la macchina da presa fosse trascinata insieme ai personaggi in questo viaggio. Non c’è mai il gesto rassicurante di chiudere lo sguardo.
È come se fosse diviso in due, e nella seconda parte poi tutto tracimasse con delle esplosioni dolorosissime, che lasciano attoniti.
Il paradosso del deserto
Estremamente interessante è poi una tensione che attraversa tutto il film e che diventa sempre più evidente: il gruppo che attraversa il deserto è composto quasi interamente da europei bianchi. Sono loro che guidano verso sud. Sono loro che cercano nel deserto un’esperienza estrema, una libertà assoluta, quasi spirituale.
Ma il deserto che attraversano è anche il luogo da cui molte persone africane cercano di scappare, spesso attraversandolo nella direzione opposta.
Questo crea un paradosso difficile da ignorare.
Da una parte c’è il desiderio occidentale di autenticità, di fuga, di esperienza radicale. Dall’altra la realtà di territori segnati da migrazioni, frontiere, sopravvivenza.
Il film non lo esplicita mai con un discorso politico diretto. Ma lo lascia vibrare sotto la superficie.
Il rave nel deserto dopo il 7 ottobre
È difficile guardare oggi queste immagini senza pensare a qualcosa che è accaduto molto recentemente.
Il 7 ottobre 2023 la rinnovata offensiva israeliana su Gaza è iniziata dopo l’attacco a un rave nel deserto israeliano. Una festa elettronica all’alba, con centinaia di ragazzi e ragazze.
La musica.
Il ballo.
Poi la violenza.
Non credo che Sirāt parli direttamente di questo evento. Ma dopo quel giorno è impossibile guardare un rave nel deserto senza sentire una vibrazione diversa.
Questi luoghi di libertà estrema sono anche luoghi esposti. Luoghi in cui la voglia di ballare, sfogarsi, non pensare, seguire il ritmo, può diventare un privilegio che attira il giudizio e la ritorsione di chi non può permetterselo.
L’estasi e la catastrofe possono essere separate da una distanza minima.
Attraversare
Alla fine Sirāt non è un film sul rave.
Non è un film sul deserto.
È un film su come le persone continuano a muoversi anche quando non sanno più dove stanno andando.
Seguono una pista.
Seguono altri corpi.
Seguono il suono lontano della musica.
Forse è questo che rende il film così magnetico.
Non racconta una storia. Mostra una carovana.
E mentre la guardiamo attraversare il deserto viene spontaneo chiedersi una cosa molto semplice.
Se fossimo lì anche noi, continueremmo a guidare verso sud?
Il titolo Sirāt indica un ponte sottilissimo sopra l’inferno nella tradizione islamica. Se ci pensi, questa idea è sorprendentemente vicina alla Torre.
La Torre è la caduta. Il Sirāt è il passaggio sopra il vuoto.
Il film sembra dire che l’umanità sta facendo proprio questo: camminare su un ponte sottilissimo sopra la catastrofe.
E qualcuno continua a ballare mentre attraversa, rischiando la caduta.
Matto
Il viaggio comincia con l’ignoto. Il padre e il bambino entrano nel rave come il Matto entra negli arcani: senza sapere cosa troveranno. Il Matto accetta di lasciare il territorio conosciuto. Il deserto è proprio questo: lo spazio dove le coordinate abituali smettono di funzionare.
Amanti
Gli Amanti non parlano solo di amore. Parlano di alleanza e scelta.
Il padre sceglie di fidarsi di un gruppo di sconosciuti. Decide di unirsi alla carovana dei raver. È un gesto fragile ma necessario: nessuno attraversa il deserto da solo.
Temperanza
Qui nasce la comunità.
Temperanza è l’alchimia delle differenze. Persone diverse che, per un momento, riescono a mescolare le proprie vite.
Il gruppo condivide acqua, benzina, musica, silenzio. È una tribù temporanea. Fragile, improvvisata, ma reale.
Per un momento sembra possibile costruire un equilibrio nel deserto.
Torre
E poi la Torre interrompe tutto.
Non è una crisi lenta. È un evento improvviso che spacca il tempo.
Nel film ci sono almeno due momenti in cui la realtà irrompe con questa violenza. Le strutture emotive e relazionali del gruppo si frantumano.
La Torre non distrugge solo le situazioni. Distrugge le illusioni.
Carro
Dopo la Torre resta solo una possibilità: continuare a muoversi.
Il Carro non è trionfale qui. È quasi ostinato. I camion attraversano il deserto come se il movimento fosse l’unico modo per non crollare.
Non si tratta più di trovare qualcosa.
Si tratta di proseguire.
Appeso
L’Appeso è la carta della sospensione.
Non è morte. Non è salvezza. È un momento in cui il tempo sembra fermarsi e il mondo si vede da una prospettiva capovolta.
Sirāt arriva proprio qui. Dopo il viaggio, dopo la comunità, dopo la distruzione, resta una condizione sospesa. Non c’è ancora un nuovo significato. Non c’è ancora una direzione chiara.
L’Appeso chiede solo una cosa: restare dentro l’esperienza abbastanza a lungo perché qualcosa cambi. Ma tutto si interrompe prima che questo cambiamento sia evidente. A seconda delle inclinazioni personali lo si può credere o meno, io sono scettica.
Ciò nonostante è un film che sto consigliando a chiunque abbia abbastanza pelo sullo stomaco da sopportare un film crudele, che nella mia classifica ha battuto anche No other choice, sia per cattiveria sia per realismo sia per estetica.











bellissimo quello che scrivi! ma io vorrei non averlo visto, intollerabile per me 🙅🏻♀️